Omelie di don Marco
Archivio anno 2026
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XXVII settimana del T.O. - 4 Ottobre 2026
Che ne hai fatto?
"Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ’l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura. Nel ventre tuo si raccese l’amore, per lo cui caldo ne l’etterna pace così è germinato questo fiore. Qui se’ a noi meridïana face di caritate, e giuso, intra ’mortali, se’ di speranza fontana vivace. Donna, se’ tanto grande e tanto vali, che qual vuol grazia e a te non ricorre, sua disïanza vuol volar sanz’ali."
Così ha esordito don Marco Pozza nel suo intervento al santuario di Caravaggio: Maria figlia del tuo Figlio Gesù, il suo fattore (Dio Padre) non disdegnò di farsi sua fattura (creatura), chi vuol chiedere una grazia e non si rivolge a te, il suo desiderio è come quello di uno che vuol volare senza le ali.
Così vogliamo rivolgerci a Maria, donna come noi, scelta non per meriti particolare ma perché Dio si fida di noi, cerca noi, ha deciso di aver bisogno di una donna e un uomo per riempire di figli il mondo e per invitarli nel suo regno.
Ha raccontato anche un aneddoto introducendo la meditazione: un corvo si posò sulla schiena di un’aquila e iniziò a beccarla sul capo; ma l’aquila cosa fece? Non si scompose più di tanto: iniziò a volare in alto dove fa più freddo e c’è meno ossigeno, così il corvo mollò la presa e cadde giù. Fuor di metafora: non preoccuparti di problemi o persone che ti ostacolano e ti colpiscono alle spalle, tu vola in alto, elevati con lo spirito e tutto il resto crolla, tutto scompare, tutto passa in secondo e terzo piano.
Oggi il Vangelo ci porta ancora nella vigna, in cui siamo operai della prima o ultima ora, oppure diciamo sì e poi non andiamo oppure no e invece ci andiamo. Nel Vangelo di oggi possiamo essere quei servi che vogliono impadronirsi della vigna uccidendo addirittura il figlio. Ma noi siamo abili nel difenderci e dichiariamo candidamente: "Che male faccio io, lavoro tutto il giorno, non faccio del male a nessuno!" Eppure il rischio di mettere le mani su qualcosa e qualcuno c’è, eccome!
Innanzitutto c’è il solito padrone della vigna che compie gesti significativi e intensi: circondò, scavò, costruì, diede in affitto, se ne andò lontano. Si prende cura della vigna e poi va perché si fida dei servi i quali, però, se ne approfittano. Il padrone che assomiglia a un padre affida la vigna e parte: cosa non da poco; i servi si trovano tra le mani un bene grande, a costo zero ma invece di essere riconoscenti, la considerano una loro proprietà.
Chiaramente Gesù si rivolge ai capi dei farisei, ai maestri della legge che usurpano ciò che non appartiene a loro, se ne approfittano e prendono la religione a pretesto per i propri interessi, per mettersi in mostra e avere autorità e potere sul popolo: male che affligge ancora oggi il mondo della politica, la Chiesa stessa e anche le nostre 'belle' comunità.
Ma ci siamo anche noi in questa vigna tanto cara al padrone e tanto sfruttata da tutti: ci siamo anche noi quando non siamo riconoscenti, quando mettiamo le mani su tutto, quando ogni vigna tra le nostra mani diventa l’occasione per far vedere quanto siamo bravi e per dire al mondo che in fondo l’ho meritata quella vigna, che il padrone l'ha data a me e non a quello là, che il padrone non è capace di lavorarla e dunque è come se fosse mia. Da qui nascono tutti i nostri mali!
Che ne fai fratello, sorella di tutte le vigne che Dio ti affida ogni giorno? Come vivi il tuo essere cittadino di questo mondo? Come vivi il tuo abitare in questa terra, questa comunità, come vivi la tua famiglia, come la costruisci, come la consideri un dono da custodire, da amare, come li rendi riconoscenti verso questo il padrone-padre? Come vivi la vocazione che hai ricevuto, la tua vita, il tuo essere cristiano, il tuo Battesimo; come consideri un dono questo Vangelo, la sua Parola, come la spezzi ogni giorno? Conviene a te viverla come un dono e non come un possesso, così capirai che sei creatura, sei legato a Dio, dipendi da lui.
Altrimenti la darà ad altri che la meritano di più, che apprezzano il dono e sono riconoscenti. Lui non si perde d’animo, continua la sua opera, ama chi lavora nella vigna ma ci ammonisce: i pubblicani e le prostitute vi passeranno davanti nel regno di Dio perché loro, nei fallimenti della loro vita, hanno apprezzato il poco che avevano tra le mani e anche solo un sorriso, un abbraccio, un amico che si prende cura di loro, l’hanno considerato un dono immenso.
Lui non si perde d’animo e darà la vigna a chi la merita e sa che i frutti arriveranno per quella famiglia, per quei 2 che si perdoneranno, per quei gruppi in lotta per quegli Stati in guerra, i frutti arriveranno: è troppo grande l’amore del padrone, è troppo generosa quella vigna nel portare frutti, è troppo forte quella promessa di fare del mondo una sola famiglia.
O Signore padrone della tua vigna, chiamami ancora a lavorare fin dalla prima ora, a starci con gioia, a donare ai miei compagni di strada i frutti che hai messo nelle mie mani, insegnami a non considerare tutto come mio possesso ma a ragionare secondo la logica del dono. San Francesco è vissuto come un vero innamorato della vigna, anzi ha rinunciato a tuttti i beni che posseedeva per diventare un umile operaio nella vigna del Signore. Aiutaci a donarci come ha fatto lui.
XXV settimana del T.O. - 20 Settembre 2026
Sei invidioso perchè IO SONO buono?
'I miei pensieri non sono i vostri pensieri' dice Isaia; per fortuna i pensieri di Dio sono diversi dai nostri: più alti, più nuovi, insoliti, pensieri da Dio, pensieri che ci fanno bene, anche se al momento ci sembrano strani e incomprensibili. E ingiusti!
Infatti questo padrone ci sembra ingiusto verso gli operai; ingiusto perché fa preferenze, perché non paga in base al lavoro di ciascuno e usa 2 pesi e 2 misure. Già noi pensiamo che di furbi a questo mondo ce ne sono tanti, che timbrano il cartellino in un posto pubblico e poi vanno a fare un altro lavoro oppure che fa la cresta e prende ciò che non gli appartiene. Se poi ci si mette anche il padrone a fare differenze, ad approvare chi lavora di meno, allora si salvi chi può.
Se il regno di Dio fosse una azienda, sarebbe in perdita, conti in rosso! Ma per fortuna non lo è, per fortuna, o meglio per merito di Cristo, il regno di Dio e dunque la Chiesa non ha partita IVA né emette fatture: emette solo lo Spirito che ha ricevuto dall’alto.
Allora come la mettiamo con questo Vangelo scomodo e questo padrone ingiusto e questi operai che lavorano un’ora solo, giocano al risparmio, evitano la fatica e campano sulle spalle degli altri?
Al solito dobbiamo lasciarci guidare, mettere da parte i nostri schemi e fidarci un po’ di più! L’espressione chiave che ci mette sulla strada giusta è: 'Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?' Proprio di bontà si tratta, o meglio del fatto che questo padrone tiene aperta la porta per tutti coloro che vogliono lavorare, anzi va a cercarli fin dalle prime ore dell’alba, fino al tramonto, concedendo di entrare anche a chi arriva all’ultimo momento. Lui non calcola ore, giorni e quanto fai, quanto lavori, quanto fatturi: lui ti apre la mano e ti spalanca la porta.
Per questo padrone infatti ciò che conta di più non è quanta uva hai raccolto, quanto hai seminato, quanto lavoro hai fatto, ma conta che tu ci sia, che gli operai possano lavorare, conta di più la loro presenza, contano di più loro non la ricchezza che producono. Per lui, che è più padre che padrone, conti tu, la tua storia, i tuoi sbagli e i tuoi pentimenti. Lui ci prova a tutte le ore a cercare chi sembrava perduto.
Certo i teologi ci dicono che Matteo si riferisce al popolo eletto, gli ebrei, e Gesù li mette in guardia dicendo: 'Non crediate di essere privilegiati voi operai della prima ora': Dio accoglie come figli anche chi arriva all’ultimo, anche altri popoli che erano pagani e ora si sono convertiti e chiedono di entrare nel regno.
Ma parla anche a noi che a vote siamo operai della prima ora, fin da bambini, fin da ragazzi e abbiamo mangiato latte e messe, panino col catechismo e siamo da sempre credenti: 'Non credere, ci dice il Maestro, di ricevere una paga più alta! Non sei privilegiato, non competere con altri, non ritenerti superiore, anzi, gioisci con me se uno arriva all’ultima ora, fai festa perché un altro fratello è arrivato, gioisci con me, fagli posto, perché alla mia tavola c’è sempre posto, ricordati che sei qui non per ricevere un premio, non per far vedere quanto sei bravo, non per ché hai dei meriti, ma perché io sono buono, sei qui per far festa con me, sei qui per diventare buono come me'.
Certo hai diritto a un premio: ma qual è il vero premio? Quello di starci, di essere chiamato dalla prima ora, quello di condividere gioie, dolori, perdono, non perché sei buono. Solo Dio è buono, ricorda!
Sarebbe come se un fidanzato dicesse alla sua ragazza: 'Che premio mi dai perché stasera ho rinunciato agli amici per stare con te? Cosa mi merito?' Oppure se un ragazzo dicesse ai suoi amici: 'Cosa mi date in cambio per venire a fare le vacanze con voi?' Risposta: il vero premio è la nostra presenza: non hai bisogno di nient’altro. Se sei un vero amico, un vero fidanzato, ti basta la mia presenza!
Così dice il padrone ai suoi operai: già essere qui a lavorare è un premio; già essere nella chiesa, in una comunità, già poter incontrare sorelle e fratelli è il vero premio, non chiedere altro ma fai festa se qualcuno arriva tardi e chiede di entrare, non considerarlo un intruso come a volte facciamo noi anche nelle nostre comunità ma un fratello, una sorella da accogliere.
O Dio Padre, non padrone, troppe volte abbiamo pensato alla Chiesa come a una azienda con datore di lavoro, dipendenti e regole da mettere in pratica; oggi spalanchi i nostri orizzonti e ci inviti a sentirci a casa e a condividere la tua bontà nell’accogliere anche l’operaio dell’ultima ora. Tu non guardi a quanto lavoro uno fa ma a quanto cuore ci mette, quanta passione, guardi se pensiamo al lavoro nella vigna non come a un dovere, ma come a una casa, una famiglia dove la cosa più bella è accogliere e allargare le braccia. Se pensassimo al mondo in questo modo, finirebbero tante guerre e tanta violenza. Il regno non è per chi fa tanto ma per chi fa col cuore di quel padrone.
XXIV settimana del T.O. - 13 Settembre 2026
Chi è il cristiano? Chi perdona... sempre!
'Perdona l’offesa al tuo prossimo', 'rancore e ira sono cose orribili'. Già il Siracide, 180 anni prima di Cristo, ci metteva sulla strada giusta e invitava il popolo ebraico a mettere da parte ogni violenza, vendetta, rancore, anzi a perdonare. Ma l’ottica era quella di perdonare per meritare poi il perdono di Dio: se ti comporti così allora anche Dio farà così con te. La domanda era: 'ma se io non perdono, allora nemmeno Dio perdona a me ?' E la cosa si complica.
Il pensiero va a noi oggi, ai femminicidi, alle violenze ingiuste a ragazze uccise da falsi fidanzati, a bambini vittime di abusi, alle tante tragedie a Gaza, in Ucraina, Iran dove sopravvivere è già una conquista e dove la vita dipende dagli umori di qualche nuovo dittatore o da calamità più o meno annunciate. Quanto vale una vita in Paesi del terzo mondo? Quanto vale un perdono? Quanto siamo lontano noi occidentali da situazioni drammatiche che vive gran parte del mondo? I nostri ragazzi presi da feste, aperitivi, discoteca e divertimento quanto distano dai loro coetanei africani, bengalesi, nepalesi? Di fronte a queste enormi differenze nel mondo cosa significa 'perdono'?
Il Vangelo approfondisce e semplifica: ricorda che sei stato 'guadagnato' (tornando al Vg di domenica scorsa) a caro prezzo, al prezzo del sangue di Cristo. Sei stato salvato dalle acque del male per rinascere a vita nuova, sei stato già perdonato, subito, di 10.000 talenti, eri perso nel deserto del male e il Signore ti ha tratto in salvo, lui ti ha già perdonato, ancor prima che tu glielo chieda: altro che 'meritare' il suo perdono!
Ma qual è la novità del Vangelo, bella notizia per l’uomo d’oggi? Il perdono non è umano, ma qualcosa di divino, non lo inventi, lo accogli e lo doni, come la vita, come un regalo, come un sorriso. Per certe cose non c’è una spiegazione logica, quella che piace a noi: il perdono è una di queste. Noi invece spesso siamo come il secondo servo della parabola: riceviamo un mare e doniamo solo poche gocce. Siamo nati dall’amore ma diamo solo egoismo.
Gesù dicendo a Pietro di perdonare fino a 70 volte 7 non ne fa una questione di numeri, di 'quante volte', non parla di giustizia e di norme da rispettare, ma invita lui e noi a donare ciò che abbiamo a nostra volta ricevuto; perdona sempre, perdona subito, perdona anche se l’altro non te lo chiede non perché se lo merita ma perché anche lui è figlio di Dio come te, perché tu sei perdonato dal Signore, perchè perdonare fa bene più a chi perdona che a chi riceve perdono, perché ti scioglie, ti libera, ti fa sentire Dio nel cuore, perché ti da una pace che non conoscevi. Diversamente, l’odio, il rancore, l’astio ti rovinano cuore, mente, corpo e ti chiudono agli altri e alla vita e muori dentro anche se apparentemente sei vivo e vegeto.
Probabilmente finchè non riceviamo un perdono immeritato, non capiamo quanto sia prezioso, quanto ti faccia star bene e quanto ti faccia rinascere il perdono di un amico vero.
Soprattutto nella coppia si può vedere come il perdono può unire ancora di più, può far decollare l’amore e creare una armonia inedita: certo ci vuole il coraggio e la fede per affidarsi alla Parola e a compagni di viaggio che ti prendono per mano e ti indicano la strada.
O Signore che in croce hai perdonato chi ti condannava e ti toglieva la vita, mostraci la via per imparare a perdonare di cuore agli altri; solo se li mettiamo nel cuore, come tu fai con noi, riusciamo a mettere da parte il nostro orgoglio e a ragionare con il cuore come hai fatto tu. Perdonare fa bene a chi lo dona più che a chi lo riceve: perdonare ci rende ancor più tuoi figli, innamorati della tua Parola, del tuo stile, desiderosi di trasformare un estraneo in amico.
XXI settimana del T.O. - 23 agosto 2026
'Ma voi, ma tu'
Prima o poi arriva per tutti il momento in cui ti chiedi: ma per me che importanza ha mio papà, mia mamma, mia moglie, compagna, marito, compagno; che peso, che valore hanno? Mia figlia, mio figlio (oggi dobbiamo aggiungere il cane, gatto, ecc…). Quale peso, quale importanza hanno, quanto ascolto le loro opinioni, i consigli, quanto è importante per me la loro presenza? Quanto sento il bisogno di loro, del loro abbraccio, del loro ritorno, del ritrovarsi dopo lunga assenza, o anche solo del pensiero? Ma anche: quale importanza ho io per loro? Quale posto occupo nella loro vita?
E’ quello che Gesù ha chiesto ai suoi, a bruciapelo: 'Per la gente, io chi sono?' E soprattutto: 'MA voi, chi dite che io sia?'
'Ma': il ma avversativo indica il cambio di prospettiva; quasi a dire: 'A me non interessa tanto l’opinione degli altri ma la vostra: quale peso ho nella vostra vita?' Un amico, un fratello, un fidanzato non giudica l’altro in base all’opinione comune, al 'sentito dire' degli altri, ma sul mio cuore, sul mio pensiero, su ciò che provo quando penso a lei, a lui, al suo sorriso, alle sue parole, al suo esempio, al modo in cui lei, lui mi dimostra il suo amore. Arriva il momento nella vita in cui ti nasce dentro un 'MA' e ti rendi conto che la pensi diversamente da altri, che senti qualcosa di strano e prendi la tua strada, il tuo cammino, le tue scelte.
Gli apostoli di fronte alla domanda di Cristo rispondono: 'Elia, Geremia, il Battista…' Tutti morti e sepolti, appartenenti al passato. A volte anche per noi la fede è qualcosa del passato, un bel ricordo legato ai nonni, alla prima comunione, a qualche festa, a momenti lontani, a qualche ricordo offuscato dal tempo. Che rischia di non dire e dirmi niente oggi, adesso, una cosa da museo. Gesù ci invita a fare in modo che la fede in lui mi sostenga quando devo fare delle scelte importanti nella vita, quando mi innamoro, quando cambio lavoro, quando litigo con qualcuno, quando voglio impegnarmi per una nobile causa o quando penso che non ne valga più la pena.
'Tu sei il Cristo, il vivente' non il morto, non un bel ricordo, non un'idea, un valore, un esempio, ma il Dio vivo in me, nella mia storia, che mi fa vivere oggi in modo nuovo, senza imitare nessuno: un Dio che voglio cercare oggi, nella sua Parola, nella mia preghiera, nel sentirlo vivo in me quando gli altri mi deludono, quando sono solo, quando la salute non mi sostiene, quando la salita si fa più impegnativa.
Gesù non cerca proclami, palchi, non cerca i like sui social, non cerca fans o followers, cerca amici, compagni di viaggio, cerca qualcuno che continui ciò che ha fatto lui e ami sorelle e fratelli senza pregiudizi come ha fatto lui. Fino alla croce, ogni giorno un piccolo seme.
Viviamo in un mondo che ha girato pagina, un mondo per il quale il Vangelo, la Chiesa, lo stile di Gesù dice poco o niente: forse c'è simpatia, stima, ammirazione per Cristo ma poca fede! E' l’ora in cui noi siamo invitati ad aggrapparci alla pietra viva che è Gesù e a diventare noi stesse pietre vive nella Chiesa e nel mondo. Lui vuol costruire ancora oggi la sua Chiesa su di noi, sulla nostra fede, sul nostro 'sì' oggi, adesso, ha bisogno di chi dica con gioia che le parole di questo Dio mi danno vita e mi scaldano il cuore.
O Signore vera roccia, mentre molti ci dicono che tu non ci sei, che non vale la pena darsi da fare, che il mondo (e la Chiesa) va a rotoli, tu rilanci e ci inviti a diventare roccia per le esigenze del mondo, ci chiedi di sporcarci le mani, di provarci a portare pace dove c’è odio, a incontrare qualche sorella o fratello perso, a prenderci cura di qualche collega, a prendere sul serio la tua Parola, a pensare a te non come a un dio da venerare, ricordare e stimare ma come a un Padre misericordioso che ci chiede di vivere con la sua stessa misericordia, il suo perdono, la sua tenerezza. Allora anche a noi, come agli apostoli, dici di non rivelare il tuo nome a nessuno: lo scopriranno osservando come qualche cristiano ama e vive in mezzo a loro!
Assunzione - XX settimana del T.O. - 15 agosto 2026
Il tallone d'Achille di Dio
Una donna vestita di sole, sul capo una corona di 12 stelle: esordisce così l'Apocalisse oggi parlando di Maria in attesa di Gesù. Maria che ha creduto, come Elisabetta, Maria vestita di sole, Maria in cielo a prepararci un posto e a indicarci la via. Ma anche a dirci che quel cielo è già qui tra noi da quando lei ed Elisabetta hanno creduto. Sì, perché quando 2 credono inizia un mondo nuovo, inizia il regno, inizia a spalancarsi quel cielo dove Maria è assunta.
Il bambino minacciato dal drago viene rapito verso il cielo mentre la donna fuggì nel deserto dove Dio le aveva preparato un rifugio: Dio prepara anche a noi un rifugio ogni volta che lo invochiamo, per proteggerci. Ma tocca a noi correre in questo rifugio che è il nostro cuore, la preghiera dove lui c’è.
Maria ed Elisabetta, due donne che ci schiudono la porta verso il Nuovo testamento, verso la salvezza, verso un rapporto nuovo con Dio, dove è lui a donarsi, a salvarci, a gettare il suo seme: non siamo noi i protagonisti ma è lui; noi dobbiamo solo accogliere la sua venuta. Donne, e donne in attesa della vita nuova, pronte a partorire un mondo nuovo dove non servono più i sacrifici di montoni e di tori ma nemmeno il sacrificio della nostra, vita ma serve la misericordia verso sorelle e fratelli.
La festa di oggi allora è molto più di una tra le molte feste mariane ma è la dichiarazione di una promessa di un futuro per tutti noi, un futuro che terminerà senz’altro nel cielo di Dio. E a Maria allora non resta altro che lodare e ringraziare questo Dio ricco di misericordia: invece di lamentarci dobbiamo imparare a lodare, ringraziare, annunciare che è grande questo Dio, grande nell’amore senza fine.
Nella liturgia di domenica Dio accoglie tutti i popoli anche gli stranieri e gradisce i loro sacrifici, ma sembra che Gesù non ne voglia sapere e sembra allontanare la donna cananea che implora la guarigione della figlia. Gesù non la accoglie e non la aiuta subito, anzi la tratta male. 'Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele'. Ma la donna insiste, non si perde d’animo e si accontenta delle briciole di pane che cade dalla mensa del padrone. A lei basta una sola briciola dell’amore di Dio per far guarire la figlia. Ci basta solo un raggio del sole di Dio, solo una sua Parola, solo un piccolo seme, solo una goccia d’acqua e una briciola di pane per donarci il salvatore del mondo. La donna ha capito qual era il tallone d’Achille di Dio, il suo punto debole: è la preghiera del semplice, del povero che non ha nulla se non quella fede per invocare.
O Signore che doni il tuo pane ai tuoi figli, il sole può essere eclissato dalla luna ma anche Dio può essere eclissato non dalla luna ma dal nostra egoismo e falsità. Tu risplendi sempre, siamo noi che ci mettiamo nel cono d’ombra del peccato e non riceviamo la tua luce. Fa' che ci rendiamo conto che anche solo una briciola del tuo amore può salvarci da una vita senza senso.
XV settimana del T.O. - 12 luglio 2026
Esagerato!
Al centro di questa parabola non c’è il seminatore e nemmeno i terreni ma il seme, la sua potenza, la sua forza, il seme gettato, donato in abbondanza, sempre, ad ogni costo e senza costo. Questo seme ha una potenza innata e ti invita a guardare non ai risultati che ci preoccupano troppo, ma alla forza, al desiderio di quel seme che vuole raggiungere il mondo intero, come un giorno uno spermatozoo con la sua forza ha fecondato un ovulo di nostra madre ed è iniziato una nuova storia, un cammino, una nuova vita.
Il seme feconda, genera, trasforma, come la Parola di Dio che, una volta depositata in noi, produce frutto, fa rinascere alla fede e ci trasforma a immagine del Padre.
Terreni diversi, storie diverse, tempi diversi: non importa. L'essenziale è che ci provi quel seme a far nascere nuove storie, nuovi orizzonti, nuovi incontri. Dio sa attendere i nostri tempi, sa cucirci addosso un vestito su misura, conosce la mia, la tua storia e anche se siamo terreni aridi, lui ci prova, parte, continua ostinatamente a diffondere quella parola potente e nuova.
La prima cosa che balza all’occhio è che quel seminatore esagera, fa male i conti, getta ovunque quel seme anche là dove sa già che non crescerà nulla: così fa Dio con noi. Ci prova sempre perché confida in noi, ma soprattutto in quella parola, in quel seme tanto piccolo quanto grandioso. Invece noi a volte diciamo: 'quello lì è un disgraziato, non combinerà niente nella vita, non merita niente, è solo un peso'. Se Dio ragionasse così con noi, forse non avremmo avuto tutte le occasioni che ci hanno messo alla prova ma ci hanno fatto crescere.
Il seme è piccolo, puoi schiacciarlo o soffiarlo via, ma in ogni caso è lanciato, si diffonde nel mondo, come una parola di affetto che lanciamo a un non amico, come un sorriso in una giornata nera, come un favore che fai e chi lo riceve fa un favore ad un altro, e via così. Non sai dove arriva quella parola, quel sorriso, quel perdono, quel favore, non sai quanto potrà generare, ma sai che è qualcosa che ti supera, che va oltre.
La parabola ci interpella, ci provoca, ci scava dentro: che terreno sei? Che tipo di cristiano sei? Come accogli il seme della parola, ti rendi un terreno fecondo o sei impermeabile? Chissà quante volte abbiamo accolto e ascoltato la Parola ma non ci siamo mossi, non ci siamo scomodati, non abbiamo cambiato di una virgola anzi l’abbiamo soffocata in noi e nei fratelli e sorelle.
Padre seminatore di speranza, donaci un po’ di fame della tua Parola: abbiamo bisogno di essere fecondati, trasformati, amati ancor di più per amare tutti. Qualche minuto di silenzio, di pace, di intimità con la Parola ci rende capaci di diventare noi stessi seminatori di vita intorno a noi.
XIII settimana del T.O. - 28 giugno 2026
Questione di pilastri
Questo Vangelo è l'ultima parte del discorso missionario rivolto a i 12 e dunque a tutta la chiesa e oggi a noi; cosa significa diventare missionari, testimoni? Cosa ottieni e cosa devi lasciare, cosa ottieni e cosa perdi. Domande che i 12 si erano posti e anche la comunità di Matteo alle prese con crisi interne e ostacoli esterni: essere cristiani non era facile, anzi, significava mettere da parte non solo il peccato ma anche un modo sbagliato e possessivo di vivere gli affetti più belli.
Che cosa dunque mi mette nelle condizioni di amare nel modo giusto? Chi mi da la forza per continuare ad amare Dio e la mia famiglia? Come faccio a conciliare amore per i mie cari e quello per Dio?
Inoltre la preoccupazione, l’impegno per la propria famiglia impediva di costruire la comunità, di creare legami sociali stabili, creare relazioni più estese, continuare a professare la loro fede non in contrasto con la propria famiglia ma per costruire una comunità vera, un terreno fertile in cui la stessa famiglia potesse ricevere vantaggio.
I seguaci di questa nuova religione erano minoranza, perseguitati e spesso emarginati: chi si convertiva al cristianesimo rischiava la vita non solo per sé ma anche per i propri cari; la domanda era: 'Ma io marito e padre è giusto che dichiari di essere cristiano mettendo in difficoltà la mia famiglia? Cosa giova alla mia famiglia se divento cristiano, se tutta la mia famiglia diventa cristiana? Vuol dire amare di meno moglie e figli per riservare tempo, energie, amore per Dio? E’ più importante Dio o la mia famiglia?'
Calma: Dio non è il concorrente di nessuno, Lui è fuori e dentro. Fuori perché non si mette sullo stesso piano dei nostri giusti amori e dentro perché lo Spirito ci soffia nel cuore, nell’anima, ci disseta come un solo bicchiere d’acqua fresca. Gesù è il pilastro su cui si fonda tutta la nostra casa, la roccia del Vangelo, è la stella cometa nella notte, la vite in cui siamo inseriti, è il buon pastore che conosce ogni pecora del gregge.
Ci chiede di costruire non solo la tua famiglia ma la comunità perché se la comunità è forte, unita, aggregata e significativa fa star bene anche la tua famiglia: se vivi secondo il Vangelo e se metti come pilastro centrale della tua casa e della tua famiglia Dio e il suo amore, allora tutto va al posto giusto, allora anche la tua famiglia riceverà vantaggio.
Come nella prima lettura, la donna ricca che accoglie il profeta Eliseo ottiene in cambio il dono di un figlio: il suo gesto di accoglienza è stato ripagato; chi ha il cuore generoso trova gioia nel regalare e regalarsi e la sua vita rifiorisce.
'Guardate a lui e sarete raggianti' il sotto titolo del Grest, preso dal salmo 34: solo se guardiamo e contempliamo il volto, l’amore, le parole di Cristo la nostra vita sarà raggiante e luminosa.
O Dio, cuore della vita di chi crede in te, siamo ammalati di individualismo, di chiusura mentale, siamo bravi a pensare a noi stessi a tal punto che viviamo gli affetti più grandi della nostra vita come un possesso, una chiusura, quasi in modo egoistico. Perdonaci e fa' che guardiamo a te, al tuo amore totale, disinteressato e libero: fa' che ti mettiamo al centro della vita e del rapporto con le persone che amo per imparare ad amare nel modo giusto, con libertà e secondo il tuo stile. Anche solo un bicchiere d’acqua dato nel tuo nome è segno che l’acqua viva della samaritana ce l'abbiamo dentro e ci viene naturale donarla a chi ha sete di te.
Santissima Trinità - 31 maggio 2026
Dio ha tanto amato me...
Dopo il dono della Pasqua, della Pentecoste, oggi riprende il tempo ordinario, il cammino della Chiesa nel mondo. "Non si mette una luce sotto il tavolo ma sopra perché illumini la stanza", non si tiene nascosta una bella notizia ma hai voglia di gridarlo a tutti che ti sposi, che hai trovato lavoro, che tua figlia è in attesa di un figlio, che la tua squadra ha vinto, che il Signore e il suo Spirito mi hanno toccato il cuore e mi hanno invitato a casa loro, in quella famiglia che si chiama Trinità.
Certo perché Dio è famiglia, incontro, stare insieme, è relazione che noi facciamo molta fatica a realizzare anche con le persone che amo, immaginarsi con quelle che mi sono antipatiche. Un solo Dio: l’amante, l’amato, l’amore che ci chiamano a far parte di quella famiglia dal nostro Battesimo, per tutta la nostra vita; un grande dono per noi ma anche un compito, quello di creare famiglie così, gruppi così, amici così, un mondo così. Certo siamo idealisti, ci accusa qualcuno, oppure siamo solo figli e fratelli di questo Dio idealista ma soprattutto innamorato, un Dio che ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio unigenito. Ce l'ha donato per farci capire che la vera legge che guida tutto è quella dell’amore, la forza invisibile che tiene unita la trinità e ci tiene uniti tra noi nonostante noi e nonostante il maligno.
Trinità vuol dire, come ha fatto Gesù, che quando ami qualcuno, ti metti in gioco, ti doni, ti spendi, ti giochi la vita, non esiste più il mio e il tuo ma il nostro; e Gesù ha fatto così, Dio con noi ma soprattutto in noi per dirci che lui ha vinto il mondo e lo vincerà alla fine anche se ora vediamo tanto odio, violenza e terrore.
La Trinità è la nube dell’Esodo che impedisce di vedere il cammino: non lo vedi ma ti accompagna. La nube ti protegge dal sole e ti dona la pioggia che nel deserto è vita.
Allora il cristiano dovrebbe fare una cosa sola: vivere relazioni intense, forti, per fare esperienza di questo Dio Trinità e mostrare a tutti il volto di Dio: con poche parole ma tanti gesti fraterni. "Vi riconosceranno da come vi amate". Come disse don Tonino Bello, "siamo chiamati a vivere sulla terra ciò che le tre persone divine vivono in cielo: la comunione delle differenze".
Allora la domanda sorge spontanea: come vivo le mie relazioni, quanto mi metto in gioco, quanto costruisco con gli altri, quanta comunione semino intorno a me? Quanto manifesto nella mia vita l’appartenenza alla famiglie della Trinità e quanto lo faccio capire agli altri?
San Francesco ad un certo punto della sua vita restituisce i vestiti al padre e rimane nudo: ecco. Ha fatto quel gesto non perché non volesse più bene al padre ma perché aveva incontrato un'altra famiglia grande quanto il mondo, un altro Padre con un amore più grande, infinito, aveva incontrato la Trinità.
O Dio Padre Figlio Spirito, una cosa sola: a volte scappiamo da te via perché ci sembra di non essere liberi; allora inventiamo altri modi di stare insieme dove siamo protagonisti solo noi, il nostro egoismo e tornaconto personale. Fa' che ci sentiamo una cosa sola con te per vivere poi con lo stile di Nicodemo, l'adoratore notturno che dal suo buio cerca la tua luce e inizia ad amare come lo avevi amato tu. "Dio ha tanto amato me, te, continua ad amare perché Dio Trinità non sa fare altro se non amare senza misura".
Buona festa della Trinità! Alla tavola della trinità c’è sempre un posto vuoto: è quello riservato a me e a te, perché Dio non sa stare da solo ma cerca sempre qualcuno a cui donare il suo abbraccio.
Domenica di Pentecoste - 24 maggio 2026
Fatti casa!
E' tempo di ricominciare, è tempo di lasciarci animare dallo Spirito, è tempo di risorgere, è tempo di diventare una cosa sola, è tempo di parlare lingue nuove per entrare nel cuor e della gente, nella vita di chi ama e di chi odia, è tempo di Chiesa viva, non sepolta.
Ma guardiamo cosa è accaduto: gli apostoli riuniti, timorosi, delusi; le apparizioni non hanno dissolto tutta la nebbia nei loro occhi. Ci voleva uno slancio in più, una parola nuova, una carica diversa per ridare la fiducia, l’entusiasmo degli inizi. Un po' come alle nozze di Cana quando finisce il vino, la gioia, la festa e tutto sembra finire da un istante a un altro.
Ci sono momenti nella vita in cui alla fine devi imparare tu a togliere non ad aggiungere: saggezza è togliere, non aggiungere. Prima la vita ti toglie qualcosa poi inizi tu a togliere: un po' di cibo, parole inutili, tempo alle distrazioni, togli il superfluo e l’utile, forse il necessario per giungere all’essenziale.
Lo Spirito ha insegnato ai discepoli a giungere all’essenziale che era la sua Parola, la comunione tra loro, e uscire per raccontare a tutti che quel vento aveva diradato la nebbia del cuore e li aveva proiettati nel mondo.
Lo Spirito li fa e ci fa casa, casa di Dio per abitare nel mondo, casa per chi ha bisogno di un fratello e una sorella, casa per chi ritorna a casa dopo anni di delusione e lontananza, casa per chi non si sente più a casa in quelle solite 4 mura, casa perché li possiamo incontrare Dio oggi nel mondo. Maria si è fatta casa per accogliere il figlio, il cenacolo era la casa dove Gesù ha dato se stesso al mondo, ora il cuore di ogni credente è casa per accogliere lo Spirito e per donarlo con gioia.
Siamo corpo e spirito, uniti, inseparabili: tocca a noi decidere se vivere secondo il corpo o secondo lo Spirito; se pensare, vivere, amare secondo il corpo o secondo lo spirito. Mettiamolo al centro questo spirito con la preghiera sincera, tranquilla, come il respiro di Dio che entra nel nostro respiro e ci anima, ci rende capaci di vivere secondo questo spirito.
Abbiamo bisogno di quel fuoco che ci infiammi di amore per Dio e per il prossimo, abbiamo bisogno di quel vento che ci scuota e smuova dentro e per inviarci là dove c’è un a Parola da annunciare, abbiamo bisogno di parlare lingue nuove di chi è lontano, è perso e non trova più la strada di casa.
Vieni o Spirito soffia in noi, nella Chiesa e nel mondo: aiutaci a costruire la tua pace e a diffondere il tuo vento nuovo ad ogni cuore; vieni o Spirito, ospite dolce dell’anima, rendici casa per custodirti e donarti a tutti; vieni o Spirito e rendici testimoni oggi e sempre di te che sei amore senza fine, senza misura, senza tempo.
Ascensione del Signore - 17 maggio 2026
Una mamma che canta, un papà che fischia!
Ci siamo, è il momento cruciale, decisivo, Gesù lascia il campo, donerà lo Spirito (le 2 feste erano unite, una cosa sola, bellissimo!) inizia una vita nuova, la Chiesa, testimone di un incontro, una gioia nuova, una storia di peccatori e di santi.
Da questo momento Dio non è assente ma ancor più presente nel pensiero, nell’anima, nelle scelte, nel ricordo: e aiuta a vivere e a scegliere tra bene e male, tra il donare o possedere, tra perdonare o odiare. Diceva Romano Guardini: "Solo il Cristianesimo osa situare un corpo di uomo nella profondità di Dio."
Ma c’è un’altra cosa: con questa festa, Gesù presenta al Padre la nostra vita, le nostre fragilità ma anche le bellezze, ci porta davanti al Padre che ci osserva, ci accoglie, ci prende per mano, ci accarezza per poi rimandarci nel mondo rinnovati, capaci di amare come fa lui. Gesù va al Padre per inviare i suoi nel mondo: è la prima Chiesa in uscita, come il pastore che raduna le pecore e le conduce fuori, nel mondo, in mezzo ai lupi. E ne incontreranno tanti di lupi, magari travestiti da agnelli che con belle maniere cercheranno di portarli lontano dal cuore del Padre, lontano da quel monte, lontano dall’abbraccio del Padre buono della parabola.
E andranno nel mondo per annunciare a tutti la bella notizia: anche noi la vogliamo annunciare a un mondo triste, ansioso, frenetico, senza speranza. Ma prima dobbiamo averla nel cuore, negli occhi, nelle parole, nei gesti che compiamo: quanta speranza, quanta gioia, quanto Vangelo abbiamo ancora nel cuore? Non dice: "Organizzate eventi, programmi, tavole rotonde, corsi di teologia, occupate posti di rilievo nella società"; non dice di allearvi per vincere i nemici, ma dice solo di annunciare il Vangelo, la Parola: solo la Parola può salvarci e salvare questo mondo, solo la sua Parola, non la nostra!
Invece noi troppo razionalisti, efficienti, che vogliamo subito i risultati, dimentichiamo l’essenziale: che la Parola venga annunciata e entri nei cuori, nello sguardo, nei nostri pensieri.
Dice ancora alla fine di questo brano di vangelo di Matteo: "Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo". E’ una promessa, un dono, una certezza: lui agisce sempre nella sua Chiesa.
Ma oggi dobbiamo chiederci quanto abita in noi questa Parola? Quanto ci ha conquistato, quanto ci ha sconvolto la vita, quanto ci ha fatto donne e uomini nuovi: che chiesa siamo, che comunità siamo, che credenti siamo? Ancora chiusi nel cenacolo a contarci chi non c’è più e vedere chi è rimasto? Ancora custodi delle belle tradizioni di un tempo passato? O siamo protesi verso l’altra sponda del fiume, capaci di incontrare la gente, desiderosi di toccare qualche cuore con parole non nostre, innamorati di Dio e dell’uomo, delle parole del vangelo o e della vita dell’uomo, custodi del cimitero, o fuori dove c’è il Risorto? Allo specchio per contarci le rughe o alla finestra per osservare il mondo e parlare lingue nuove?
Gesù si fa assente perché entri in azione lo Spirito e ci renda testimoni vivi in mezzo a fratelli e sorelle: sembra di essere orfani, in realtà ci fa diventare madri e padri di molti.
Uno psicologo ha detto: "Una mamma che canta alla sera magari e fatica e un papà che fischietta dopo una giornata di lavoro sono un investimento per i figli": anche un cristiano felice che canta e dona un po' di gioia là dove vive è tanta roba come si suol dire: accende qualcosa nel mondo!
"Sono un ragazzo di 22 anni, mi piace recitare e scrivo poesie, mi piace correre saltare, ballare, fare tuffi; ho una famiglia numerosa, sono studente universitario, ho praticato molti sport. Il 12 ottobre 2025 viene aggredito, picchiato accoltellato e derubato in corso Como a Milano: mi sveglio in una stanza grigia buia. Un infermiere mi dice: "Davide stai immobile, non ti spaventare, sei in ospedale, ti abbiamo operato". "Perché non sento più le gambe? Non riesco a muoverle? Dissero che passerà ma dopo tanti giorni, non migliora nulla. Le cure continuano, diverse operazioni e molti farmaci, a tutte le ore. Cerco mia mamma, e provo tanto dolore e paura, tanta paura. Le cose stanno così perché 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Quando ho saputo della loro giovane età, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passeranno in galera; sono troppo giovani per non vivere il mondo. Avrei potuto diventare loro amico, scherzare e giocare con loro e invece eccomi qui in questo letto! Nonostante ciò non odio, dovrei farlo, credo, sarebbe logico ma non mi riesce. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto". Mi auguro che facciate qualcosa di costruttivo. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo, non siete perduti! Potete fare ancora tante cose belle nella vita."
Non so se e come questo racconto c’entra con la festa dell’Ascensione: penso solo che il compito della Chiesa sia quello di portare il male del mondo e trasformarlo in bene grazie allo Spirito santo, e a non odiare anche quando qualcuno ti toglie tanta libertà e gioia di vivere.
Maria, Madre addolorata ci insegni a prendere su di noi il male che ci circonda, a non odiare e a trasformare tutto in bene come ha fatto lei, e a lasciarci plasmare e trasformare dal soffio dello Spirito.
VI domenica di Pasqua - 10 maggio 2026
Un Dio amante
Durante l’ultima cena, Gesù lascia una specie di testamento; parole di pace, un invito, un cammino, una proposta: amatevi, non "amatemi" ma amatevi; questo sarà il segno che siamo in comunione, che siamo una cosa sola e che Dio è con voi. Lui se ne va e i suoi saranno soli, in preda ai lupi e rischieranno di non riconoscerlo come i 2 di Emmaus.
Non dice di restare al sicuro ma li invia nel mondo: andate, diventate anche voi capaci di amare, maestri di fede, testimoni di un amore più grande.
Innanzitutto amate: non dice rispettate le norme, le leggi, i comandamenti ma amate senza misura. La vera legge del credente è quella dell’amore. Le altre leggi hanno un limite, un confine, una misura, arrivano fino a un certo punto e poi ti fermi e dici: ho fatto il mio dovere e torni a casa tua. L’amore no, non ha casa, non ha confini, non ha mezze misure, non si tira indietro, è più impegnativo ma ti rende simile al maestro e ti permette entrare nel cuore dell’altro, di lasciare un segno profondo.
Gesù dice ai suoi: "Cercatemi nell’amore, nell’amare sorelle e fratelli; Dio non è una conquista, una sicurezza, un approdo sicuro: Dio è una strada in salita, una via da seguire, una ricerca continua, non lo possiederai mai come non puoi possedere il vento, il cielo, la primavera ma cercare Dio è come respirare il vento, contemplare il cielo, annusare i profumi della primavera.
Dio ce l’hai già dentro ma devi fare della strada per raggiungerlo, per non fartelo rubare, per accorgerti che lui è già li che ti parla e ti ascolta: la vera certezza per noi non è che posso amare Dio ma che lui ama me. Questa la nostra salvezza!
Gesù sente che i suoi gli vogliono bene ma sono impauriti perché temono che il maestro vada via o venga arrestato: per questo Gesù li tranquillizza e li invita a sentirlo vivo e presente non nei miracoli che piacciono tanto a loro e a noi o nelle apparizioni, ma a sentirlo vivo nel modo in cui lui li ama e nel modo in cui loro ameranno tutti.
"Se mi amate, osserverete i miei comandamenti e io vi darò il paraclito, l’avvocato che vi suggerirà come dovete comportarvi e vivere nel mondo". E’ lo Spirito che attendiamo a Pentecoste e che abita già in noi e nella Chiesa.
"Non vi lascerò orfani", io ci sarò sempre ogni volta che mi invocherete e ogni volta che amate di cuore come io ho amato voi. E’ vivo, anche se spesso lo consideriamo morto, nel passato o comunque lontano dalle nostre decisioni e dalla vita.
O Dio vivo e amante: solo il tuo comandamento dell’amore senza misura ci permette di incontrarti e stare vicino a uomini e donne di oggi, solo la passione, solo lo stare accanto, dentro, senza lamentarci e senza seguire il mondo. Così lo Spirito soffierà e ci farà trovare i segni del Risorto e ci permetterà di amare come lui ama noi.
V domenica di Pasqua - 3 maggio 2026
Un posto nel cuore
C'è una tempesta in arrivo, o meglio, un uragano. Non quello che a volte vediamo nei video, non quello della tempesta che Gesù placa: assomiglia tanto a quando scopri che una persona cara ti ha tradito o mentito o abbandonato. Ecco i discepoli si sentono così: percepiscono che sta arrivando qualche brutta notizia che Gesù ha anticipato quando ha parlato di croce, di tradimento, di lasciare questo mondo e fare la volontà del Padre. L’ultima cena si trasforma in una specie di consegna, di saluto ai suoi.
Ma anche in questo panorama, Gesù non abbandona i suoi, anzi li incoraggia, li invita a non essere turbati, a credere ancor di più, li esorta a restare uniti; non pensa alla tragedia che sta per coinvolgerlo direttamente, non si lamenta, non protesta ma rilancia invitando a credere in lui, a fidarsi e ad amare ancora senza misura fino alla croce come farà lui.
"Vado a prepararvi un posto": in realtà lo ha già preparato quel posto, ci ha dato un posto in questo mondo, in questa vita, in una famiglia che ci ha accolto e amato con tutti i limiti che può aver avuto. Come ci sto in questo posto, perché? Qual è il mio compito? Ma ci sarà l’altro posto nella vita eterna, nel suo regno, un posto dove potremo toccare con mano la sua presenza .
"Sono via, verità e vita", Tommaso non l’hai ancora capito? Via, non perché ci indica la via giusta per diventare bravi cristiani, come diciamo noi. Ma via, strada che ci porta al Padre: seguire lui, amare lui, lasciare che viva in me perché mi conduca al Padre. Verità perché mi svela la verità su me stesso, la verità su chi sono io in realtà, la verità su tante persone che abbiamo vicino: lui ci fa capire chi ci è amico e chi, no. Infine Vita: nel senso che ci aiuta a vivere una vita piena, guidata dall’amore, non ripiegata sulle mie paure, ansie, progetti, ma sul suo amore che dovrebbe diventare il mio modo di amare! Cosa vuol dire amare come fa lui? Vuol dire affidarsi, credere soprattutto quando non ci capiamo più niente, quando i conti non tornano, quando non ho le prove. Avviene come quando in una coppia, tra amici, o colleghi c’è incomprensione, la fiducia diminuisce e non ci si fida più. Non ho più certezze, dico che le cose sono cambiate e non è più come prima: allora o butti tutto per aria o inizi ad amare ancor di più, a rilanciare, a lasciarti andare, a fidarti davvero. Ecco, questo vuol dire amare, come ha fatto lui, affidandosi al Padre.
"Mostraci il Padre", bella la domanda di Filippo, entusiasta ma non aveva ancora capito che tutto ciò che Gesù ha fatto e detto, quello è il volto del Padre, quello è l’amore del Padre.
Il Padre compie le sue opere: e noi possiamo compiere le opere anche più grandi di quelle compiute da Gesù. L’opera grande è la Creazione, il mondo, il cosmo e soprattutto l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ma l’opera ancor più preziosa è la redenzione, la salvezza, il dono del Figlio; ma ora tocca a noi compiere le opere ogni giorno, continuare l’opera di salvezza iniziata da Cristo: seminare speranza, avvicinare i lontani, annunciare che il regno di Dio è già tra noi, dire a tutti che solo il Vangelo è la nostra gioia.
O Signore che operi sempre tra noi: spesso non ce ne accorgiamo, non perché tu non agisci ma perché i nostri occhi sono chiusi e tristi e non ti riconosciamo. Aumenta la fede della tua Chiesa, per vincere il male in noi e fuori di noi e per riconoscerti sempre vivente tra noi. Sei via, verità, vita: senza di te siamo senza una meta, senza speranza, senza gioia. Donaci già ora il tuo Spirito, soffio che ci guida sulle strade del mondo per continuare la tua opera di salvezza nel mondo.
III domenica di Pasqua - 19 prile 2026
Tempo di credere!
"Tempo di credere", diceva don Primo Mazzolari in un suo celebre libro, tempo di uscire dalla nostra vita tutta organizzata, tempo di dimenticare qualcosa per trovare qualcosa d’altro, tempo di ascoltarlo veramente questo Signore che ci spiega le Scritture e ci spiega la nostra vita e ci fa risorgere... finalmente.
Fuggono via da Gerusalemme Cleopa e l’amico, fuggono tristi per dimenticare la storia di Gesù che aveva promesso il regno, la salvezza, la gioia vera e invece è stato ucciso. Chissà cosa avevano nel cuore, chissà quanta amarezza: quando hai un peso sul cuore, sei prostrato a terra, distrutto, il mondo ti crolla addosso. Allora hai bisogno di qualcuno che ti ascolti, che ti aiuti a portare quel peso, che ti consoli e, senza dire nulla, ti stia accanto. E’ quello che fa questo viandante misterioso che loro non riconoscono perché i loro occhi erano chiusi, incapaci di vedere, talmente delusi che non l’hanno riconosciuto. Se i nostri occhi sono chiusi o guardiamo da un’altra parte, non lo riconosceremo mai, anche se ci passa accanto.
Il cammino continua e il maestro li affianca: non fa nulla, finge di non sapere. E ascolta, li fa parlare, accoglie i loro racconti, fa tirar fuori tutto, fa capire che la soluzione non sta fuori di loro ma dentro, nello sguardo, nella poca fede, nel cuore ancora fermo al Golgota, alla tristezza, alla disperazione.
Sai, a volte ci stiamo bene anche noi sul Golgota, vicino alla croce di Gesù, a piangerci addosso, a lamentarci degli altri, a lucidare il sepolcro anziché uscire allo scoperto e cercare davvero i segni che Lui è vivo. Spesso sappiamo tanto Vangelo, lo ricordiamo, conosciamo tutto sulla vita di Gesù ma senza mai incontrarlo, veramente! Questo è il nostro dramma. Lo conosciamo ma non lo incontriamo e non vogliamo davvero accoglierlo e vivere da risorti come lui. Non è, forse, che Gesù è tanto assente tra noi perché parliamo troppo poco di lui?
Continua il cammino dei 2, il cammino della Chiesa, il nostro cammino della nostra comunità, della nostra famiglia, il mio cammino: e il viandante inizia a parlare, spiega le Scritture, fa loro percorrere ancora tutta la storia, la loro vita, i primi incontri, il primo innamoramento, i primi sogni fino alla croce, alla disperazione, al tradimento, alla vita nuova e infine alla loro delusione. Era già scritto, non ricordate? Ve lo avevo detto, spiega il Maestro. Quanto spazio ha nella nostra vita quella Scrittura, quel Vangelo? Quella Parola, la sola che ci fa capire tutto di noi, che ci spiega la nostra vita, che ci fa percorrere tutto il cammino e riannoda i fili della nostra storia e ci riapre gli occhi ogni volta che sono inesorabilmente chiusi. Il problema non è l’assenza di Dio ma la nostra incapacità a riconoscerlo; tutti concentrati su noi stessi, sui nostri problemi, non siamo in grado di riconoscerlo mentre cammina accanto a noi.
Solo allora inizia ad ardere il loro cuore, solo allora si rendono conto che qualcosa stava accadendo, che quel viandante era speciale, che tutto ora diventava chiaro, che si stava diradando la nebbia e ogni dubbio e a risplendere il sole di Dio. Quanto ti arde il cuore? Quanto palpita qualcosa in te per quell’amico, per quella idea, per questo vangelo, per i tuoi genitori, per quel tuo compagno di infanzia rimasto solo che ha bisogno di qualcuno accanto. Finchè non ci arde il cuore, siamo lontano da Emmaus e lontani anche da noi stessi.
"Resta con noi, Signore" rimani con noi, supplicano infine i 2: sono arrivati ma capiscono subito che Emmaus non è un arrivo ma una partenza, un ricominciare, un ripartire, un RISORGERE. Il ritorno a Gerusalemme è solo il primo passo per incontrare il risorto ogni giorno nella vita.
O Dio camminatore instancabile che curi le nostre ferite, ti avvicini nonostante i nostri occhi sbarrati: vieni ancora spezza il pane per noi, spiega le scritture e ti riconosceremo in ogni Emmaus della nostra vita. Fa’ che arda il nostro cuore alle tue parole, ad ogni incontro di un amico, ad ogni volta in cui spezziamo la nostra vita come hai fatto tu.
Buon cammino, buona Pasqua, buon ritorno da Emmaus a Gerusalemme per risorgere con lui.
II domenica di Pasqua - 12 prile 2026
Nonostante le nostre porte chiuse
"Tutto è compiuto", abbiamo sentito da Gesù in croce durante il racconto della Passione; non significa tutto è finito ma tutto ha inizio, tutto riparte. E oggi gli apostoli ce lo raccontano, riuniti nel cenacolo, terrorizzati, rinchiusi ancora nel loro sepolcro, incapaci di capire i segni del vivente, di Gesù vivo.
"Entra Gesù, a porte chiuse": le nostre chiusure non lo fermano, non lo ostacolano, Lui ci raggiunge sempre prima o poi nel modo in cui noi non pensiamo; a volte ci propone una strada, una chiamata, alcuni compagni di viaggio. Noi non comprendiamo il perché: poi più avanti dopo qualche anno succede qualcosa e quella strada, quei compagni di viaggio, quei fratelli e sorelle sono l’ancora di salvezza, diventano il punto di riferimento.
Così accade con gli apostoli che non avevano capito niente: ora impauriti lentamente intuiscono che quel Gesù è l’unico che allontana le paure, caccia via le nubi nere e pian piano darà la forza per uscire dal cenacolo e annunciare che il Risorto è vivo.
Il primo dono del Risorto è la pace, quella vera, da costruire sulla pelle di Gesù e sulla pelle di tante donne e uomini che nel silenzio, senza palchi d’onore, senza manifestazioni, senza proclami l’hanno voluta e desiderata: però la pace prima di donarla devi averla nel cuore, nella vita. Lui dona anche lo Spirito e il potere di perdonare i peccati; solo Dio sa perdonare: la Chiesa continua quel mandato, quel dono, quella promessa: "perdonate come io ho perdonato in croce chi mi toglieva la vita: perdonate anche chi toglie la vita non perchè se lo merita ma perché ogni uomo è mio figlio, ogni delinquente è sempre una pecora smarrita da portare all’ovile".
Mancano Tommaso, quando Gesù appare, e Giuda: Giuda che si è firmato da solo la condanna; Tommaso che doveva ancora credere. Anche gli altri 10 dovevano ancora credere. "Se non vedo il segno dei chiodi, e non metto il dito nel segno dei chiodi, io non credo". E’ appassionato Tommaso, ma ci piace quella sua forza e decisione: anche noi a volte vogliamo vedere, toccare con mano, accorgerci che Gesù è vivo, ma non ci sono prove per fortuna! Tanti lontano da Dio e dalla fede vogliono vedere, ma che cosa? Vedere dei risorti, vedere dei cristiani innamorati, vedere chi scommette la vita, vedere chi dona a tutti la vera pace, vedere chi ha lasciato il sepolcro, vedere chi crede senza vedere! Ecco la Chiesa: l’insieme di chi è stato guarito nel cuore e lo fa vedere e lo annuncia con la vita.
Otto giorni dopo è ancora il giorno del Signore, il giorno della assemblea, quando i battezzati si incontravano per spezzare il pane, vivere in comune e mettere insieme i propri beni. E’ il giorno della pasqua settimanale, il giorno del Signore, poi chiamata 'domenica'. Ancora entra Gesù a porte chiuse e dona ancora la pace vera. Allora Tommaso pronuncia la più bella professione di fede della storia "Mio Signore e mio Dio", senza verbi , senza soggetto: è un annuncio, una gioia, un grido, una preghiera .
Perché Tommaso non credeva? Non credeva nella testimonianza opaca degli altri apostoli: non credeva in loro, nelle loro facce, nella loro storia, non credeva perché non lo vedeva stampato sui loro volti, nei loro occhi. C’è ancor più bisogno oggi di testimoni credenti e credibili che vivono prima di parlare; come san Francesco che diceva ai suoi fratelli: "Predicate: se serve anche con le parole". Prima i gesti e poi le parole!
Conclude Giovanni con la beatitudine che ci riguarda da vicino: "Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto". Siamo noi quei beati quando siamo risorti, quando siamo credenti credibili, quando ci sporchiamo le mani, quando riannodiamo i fili della storia di Gesù e nostra e scopriamo che si intrecciano e diventa una corda tanto forte che nulla la spezza. E non chiediamo prove ma diventiamo prova per altri, perché chi ama non chiede prove, chiede solo di poter amare!
Grazie Signore veramente risorto: anch’io voglio essere beato perché risorto e vivo. Voglio donare anch’io la tua pace e diventare testimone di una gioia che nasce solo da te , dal sepolcro vuoto e dalla Galilea dove hai inviato i tuoi; entra nel mio cenacolo, spezza ancora il pane per noi e aiutami a risorgere ogni volta in cui le tue piaghe nel mondo hanno bisogno di un samaritano che le curi, le guarisca, le trasformi in segni di un amore che ha vinto il mondo.
V domenica di Quaresima - 22 marzo 2026
Dalla puzza al profumo
Lacrime! Lacrime di Gesù, di Marta e Maria perché Lazzaro è morto. Lacrime di mamme, papà, figli, fratelli che piangono i loro cari in tante, troppe guerre e tragedie nel mondo. Non c’è fine al dolore umano e dunque alle lacrime. Ma dove c’è una sofferenza, una lacrima che cade, Dio è lì, pronto a raccogliere quelle lacrime, a piangere insieme e a donare una speranza, un futuro, un desiderio di andare avanti, di ricominciare: lacrime come piccoli semi piantati nel terreno che portano frutto per la vita eterna.
Tira una brutta aria per Gesù: la sua condanna è già decisa e tutto il vangelo di Giovanni è un continuo richiamo a quel Messia che compie prodigi e segni nel giorno di sabato, che perdona quando Mosè dice di lapidare, che viene cacciato fuori della città, che si permette di dire che solo Lui è la vera luce, la vera acqua che disseta per la vita eterna. E oggi che solo lui è la vita vera, non come quella donata a Lazzaro.
Ecco, Lazzaro il suo amico è ammalato e tutti sono al suo capezzale: non Gesù, perché sa che Dio può rimediare sempre e comunque.
Gesù andava a Betania in casa di Lazzaro, Marta e Maria: casa dell’amicizia, dell’incontro, dell’intimità come un’altra trasfigurazione; abbiamo bisogno di porte aperte, di case accoglienti, di cuori spalancati e di sorrisi che ti fanno sentire a casa; siamo tutti in deficit di vita come Lazzaro e tu, io, noi possiamo essere quella casa accogliente per i pellegrini di oggi. Però dobbiamo lasciarci trasfigurare dal Signore, altrimenti siamo destinanti alla morte adesso anche se siamo vivi, siamo destinati al sepolcro, siamo dei morti che camminano!
Gli dicono che Lazzaro è morto, ma Gesù dice una cosa che è preludio a tutto il seguito: "Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio"; allora corre a vedere di persona, rischiando perché lo avrebbero catturato e ucciso. Ma va a toccare con mano e piange, piange le nostre lacrime, lacrime che ti fanno capire chi sei, povera creatura, fragile, indifesa anche se un tempo potente, forte, circondato da figli e amici: "Se fossi stato qui, Lazzaro non sarebbe morto" dice confidenzialmente Marta, sorella indaffarata. C’è odore di morte, di passato, di cose vecchie come in una soffitta polverosa, dove non entra l’aria, il vento, la novità di una parola nuova, di un futuro incerto, di un raggio di sole. A volte anche in noi non c’è il profumo di Cristo ma odore di morte, nel cuore, nel volto.
"Andiamo anche noi a morire con lui" afferma Tommaso, indicando che ciò che accadrà dopo riguarda non solo Lazzaro ma tutti i discepoli e dunque noi.
Gesù parla di resurrezione, di vita, dice: "Io sono la resurrezione e la vita"; chi crede in me anche se muore vivrà e Marta riconosce che Gesù è il figlio di Dio, crede in lui e lo dirà anche a Maria. Questa è la svolta del brano: solo dopo la fede annunciata di Marta, Gesù fa risorgere Lazzaro. La vera resurrezione allora non è quella di Lazzaro ma quella di Marta, la vera vita è quella dello Spirito che la comunità ha in sé. Quella di Lazzaro è solo la conseguenza!
E Gesù ridona la vita a Lazzaro: a Lazzaro quella del corpo, a Marta e Maria quella dell’anima, dello Spirito, la fede in Lui.
Gesù sa perfettamente che la resurrezione di Lazzaro segna l’inizio della morte di Gesù: per questo e altri 'segni', la sua fine è segnata, ormai stabilità, senza possibilità di riscatto. Dona la vita Gesù a Lazzaro ma a costo della propria: per questo lui è la vera vita!
Siamo vivi perché lui muore ancora oggi, in croce per insegnarci ad amare fino alla fine .
"Lazzaro vieni fuori" urla il Vivente e lo urla anche a noi morti dentro, a volte avvolti nella puzza del peccato, privi della vera vita, pensiamo di cavarcela sempre da soli, avvolti nelle bende come una volta i neonati.
Gesù ti chiede fratello, sorella: vuoi risorgere? Vuoi vivere davvero? Vuoi guarire? Vuoi dissetarti alla vera fonte? O vuoi restare nel tuo mondo. Gesù versa ancora oggi le sue lacrime per te, per me, per la nostra continua morte e mancanza di voglia di risorgere veramente.
O Signore, luce, acqua, vita vera, abbiamo camminato con Giovanni in questo tempo: tu sei il Vivente che viene incontro ad ogni uomo e ci cerca per proporci la salvezza; fa’ che dopo averti incontrato ti invochiamo e supplichiamo di donarci quella vita vera che sei Tu solo perché dalla puzza della morte, risorgiamo, profumati del tuo corpo donato per amore.
IV domenica di Quaresima - 15 marzo 2026
Dal buio alla luce!
Con Gesù nel deserto, avvolti dalla luce sul Tabor, al pozzo di Giacobbe per attingere l’acqua viva, e oggi col cieco nato per accorgerci se siamo noi i veri ciechi e che abbiamo bisogno della luce della Pasqua.
Seduti anche noi al bordo della piscina di Siloe, c’è un vai e vieni: chi fa affari, chi si bagna, chi chiede un miracolo, chi cerca affetti; c’è posto per tutti davanti a Dio!
Prima luce: il cieco nato, secondo la tradizione era così perché aveva commesso un grave peccato, lui o i suoi genitori. Non ha la luce, è mendicante, povero, ai bordi della strada e della vita. Ma Gesù lo vede, si accorge, si ferma e si china, trova tempo e voglia di prendersi cura, non come noi. Gesù nel cieco intravede già la luce, supera il suo presunto peccato e se c’è non lo vede come per la Samaritana: Lui è il Dio della misericordia ed è sempre pronto a scommettere sul più grande peccatore per farlo diventare il primo a entrare nel suo regno. Allora lasciamoci osservare da Gesù, perché lui solo può vedere in noi la bellezza, la fede e non il peccato.
Seconda luce: Gesù sputa per terra, fa del fango e lo cosparge sugli occhi del cieco (che però non riprende subito la vista): è una nuova creazione! Come Adamo era stato creato dal fango, così ora Gesù col fango restituisce nuova vita, la luce per entrare ancora nel mondo, abbandonare l’isolamento, essere accolto nella comunità. La creazione non è avvenuta all’inizio del mondo e basta: avviene ogni giorno per opera di Dio e quando l’uomo accetta quella alleanza, rinnova quel patto d’amore e di fede con lui. Significativo che Gesù guarisca il cieco il giorno di sabato in cui era proibita ogni attività: ma l’uomo è più importante del sabato; la nuova creazione supera la legge antica, Dio fa nuove tutte le cose.
Terza luce: "Va a lavarti alla piscina di Siloe" che significa 'inviato': Gesù non compie un bel miracolo, un prodigio ma il gesto avviene quando il cieco si mette in cammino, parte, cerca e ascolta la parola. Solo allora è guarito. Anche noi siamo guariti solo quando ci mettiamo in movimento, quando ci sentiamo inviati da lui, quando con UMILTÀ lo seguiamo e imploriamo la sua luce che ci salvi dalla cecità del cuore.
Quarta luce (che in realtà è un momento buio). Il cieco è interrogato dai farisei come un colpevole, per lui iniziano i guai: "eri davvero cieco? Come mai ci vedi? Chi ti ha fatto questo? Chi è quel tale?" Una serie di domande e dubbi: il dubbio parte sempre dal demonio e si diffonde a macchia d’olio. Addirittura interrogheranno persino i genitori. Alle istituzioni non interessa l’uomo ma le regole, la legge, il rispetto dei codici, ma per Gesù non è così! Per il fariseo la gloria di Dio è il rispetto delle norme: per Gesù la gloria di Dio è un cieco ai margini della vita che recupera non solo la vista degli occhi ma quella del cuore. Il punto è proprio questo: il cieco riacquista la vista del cuore, la fede in un Dio vicino, accanto, un Dio vera luce: dapprima il cieco dice che Gesù è un uomo qualunque, poi un profeta, infine crede in lui come figlio di Dio.
Quinta e ultima luce: il cieco è cacciato fuori dalla città, viene espulso perché ha infranto la legge del sabato. E trova fuori Gesù il rifiutato della storia, eliminato, che nasce in esilio, predica tra i pagani, esce dal tempio e muore fuori della città: è in buona compagnia il cieco.
O Signore, vera luce del mondo, insegnami che proprio nelle mie debolezze, nelle fatiche, nella mia povertà tu chiedi di entrare non per accusarmi ma per guarirmi, per offrirmi un’altra possibilità, per far rifiorire la mia vita e donarmi la vera luce. Dal buio in cui il peccato mi schiaccia, solo tu puoi liberarmi e fare di me una luce nuova nel mondo.
III domenica di Quaresima - 8 marzo 2026
Sorgente per la vita eterna!
Gesù e una donna straniera, sguardi che si incrociano, sguardi che vanno dritti al cuore: schemi ribaltati. Impensabile un Rabbì che si ferma a parlare con una donna; ma Lui è libero! Il Maestro non sta su una cattedra, o su un trono, non mantiene le distanze, lui che ha annullato la distanza tra il cielo e la terra: solo il muretto di un pozzo li divide, ma ben presto li unirà.
Gesù ha uno sguardo privilegiato per le donne, comprende la loro sensibilità, la dolcezza ma anche la sofferenza e le rivolge l’invito: "Dammi da bere!" Il Figlio di Dio non ha vergogna di mendicare un sorso d’acqua, Lui l’acqua viva per la vita eterna! "Vai a chiamare colui che ami". Il livello si alza, o meglio si approfondisce.
Gesù non istruisce processi, non giudica e non assolve, va al cuore. Non cerca nella donna indizi di colpa, ma la difende da tutti gli sguardi accusatori, cerca frammenti di bene; e parte da quelli per donarle l’acqua viva.
Chissà, forse quella donna ha molto sofferto, forse abbandonata, umiliata per ben cinque volte. Forse ha il cuore ferito. Forse indurito, forse malato. (Noi siamo capaci di immaginare quanto può aver sofferto un fratello che si è comportato male?) Ma lo sguardo di Gesù si posa non sui peccati della donna, ma sulla sete di amare e di essere amata.
Non le chiede di 'darsi una regolata’' non le punta il dito addosso prima di affidarle l’acqua viva; non pretende nemmeno di decidere al posto suo, il suo futuro. Lui è il Messia che non si sostituisce, non pretende, è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto. E a mostrare da dove sgorga quell’acqua viva!
Lui è maestro di nascite, e di ri-nascite! Non rimprovera, offre e si offre: se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice "Dammi da bere". Fa vedere la bellezza che c’è ancora nella donna, quella bellezza che nessuno mai le aveva riconosciuto: solo la bellezza del corpo interessava ai suoi 5 amanti; Cristo è il solo a mostrarle la sua bellezza 'dentro', nel cuore. Lui è il solo che tira fuori il meglio di noi: anche noi abbiamo tanti amanti che tirano fuori il peggio di noi!
"Io ti darò un’acqua che ti permetterà di diventare addirittura sorgente per i tuoi fratelli!"
Gesù: lo ascolti, ti disseti con la sua acqua viva e nasce in te una fonte che zampilla per la vita eterna. Per gli altri. Per il mondo!
Non le servirà più la brocca, tanto preziosa prima, ora diventa inutile: una fonte che zampilla per la vita eterna non ha bisogno di brocche d’argilla ma ha bisogno di cuori generosi, di sguardi accesi, di mani strette, di abbracci ora vietati, di cui solo ora comprendiamo la preziosità!
E dopo quell’incontro, attorno alla samaritana nasce una comunità di discepoli, di credenti stranieri. "Venite a vedere, c’è un Maestro al pozzo uno che ti dice tutto quello che c’è nel cuore, che mi ha illuminato la vita e scaldato il cuore: non ho mai incontrato un uomo così! Non condanna, salva; non accusa, perdona; non chiede, regala. Solo ora ho capito i miei sbagli ma senza rimpianti: da ora la mia vita rinasce".
La donna si è lasciata trasformare da quell’incontro, da quel pozzo, da quell’acqua: noi invece ci teniamo ben distanti da lui, abbiamo imparato l’arte di neutralizzare la sua acqua, di rendere innocua la sua Parola, l’arte di rimandare a domani, tutto sempre a domani. Invece l’incontro con lui è sovversivo, è potente, non lascia nulla come prima!
O Signore, maestro, acqua viva: perdona se scappiamo via dal tuo pozzo, ci fa paura la tua proposta forte e alta. Accampiamo mille scuse, il lavoro, il tempo, gli impegni. Distratti e persi, vaghiamo senza meta. Scava dentro di noi un pozzo, profondo, solido: e poi fa’ che lo riempiamo non delle solite nostre parole e cose inutili ma di Te, della tua Parola, del tuo sguardo fraterno. Noi stessi diventeremo acqua viva, parole, gesti, abbracci, sorrisi per chi è alla deriva: e sarà comunità, sarà incontro, sarà lo squarcio della luce sul Tabor, sarà inizio della Pasqua vera, sarà fine di un incubo, sarà salvezza, sarà finalmente festa per sempre.
II domenica di Quaresima - 1 marzo 2026
In disparte
Secondo passo, seconda tappa: dopo il deserto, la crisi, la tentazione e il rifiuto di Gesù a seguire il tentatore, oggi anche noi sul monte Tabor siamo invasi da quella luce, abbagliati, affascinati.
La prima lettura ci introduce oggi e ci parla di Abramo vecchio, senza figli, senza speranza né futuro al quale Dio lancia un invito, una sfida, una promessa. "Parti, vai, non fermarti, la tua chiamata è alla partenza. Lascia la tua terra, sei fatto per altri orizzonti, sei fatto per altre terre, sei fatto per non legarti a una terra perché sei cittadino del cielo; vai a piantare alberi e gettare semi in altre terre perché io ho grandi progetti su di te e su tutto il mio popolo".
E lui parte, non dubita come facciamo noi a volte ispirati dal tentatore del deserto ma parte senza sapere dove, perché, quando; parte grazie a una chiamata e a uno slancio del cuore.
Alla settimana comunitaria con i ragazzi, abbiamo invitato a raccontare la sua storia un ragazzo africano della Guinea, Ismail che intorno ai 25 anni decide di partire verso l’Europa, fuggendo da contrasti e mancanza di lavoro e futuro, con pochi soldi, senza una meta precisa: solo tanto coraggio e tanta speranza nel cuore; dopo il deserto, la fame, la prigione libica è riuscito a raggiungere l’Italia, è seguito dalla Caritas, abita con altri amici, ha un lavoro part time. La vita come una continua partenza, come Abramo.
Anche verso il monte Tabor, Gesù parte con Pietro, Giacomo, Giovanni: parte per mostrare loro la luce vera che è Dio. Gesù prepara i suoi alla croce, alla sua morte, al tempo della prova, della disperazione; come se dicesse loro: "Non abbiate paura, ecco dove siete diretti ecco solo un bagliore della luce, della speranza, della felicità che Dio prepara pe r voi; non abbiate paura anche se prima dovrete passare per la fatica, il dolore, la sconfitta: solo attraverso la croce si giunge alla vera Pasqua, quella che Dio prepara per ciascuno di noi".
Gesù li porta in disparte, sul monte, li prende con sé: vuol portare anche noi in disparte, solo noi, per sussurrare al nostro cuore parole vere che ci ridanno vita. Vuol dire anche a noi: "Non aver paura"; tante paure abbiamo nel cuore, tanti dubbi sul futuro di figli e nipoti, sul lavoro, sulla pace che è sempre più lontana, su tutto ciò che scompiglia il nostro cuore e lo rende inquieto.
Anche noi allora vogliamo lasciarci affascinare da quella luce, da quella bellezza, da quel Dio che sembra tanto lontano ma che in realtà è dentro di noi: lo vogliamo ascoltare, come afferma la voce, lo vogliamo seguire e amare come lui ama noi.
Vogliamo invocarlo come Pietro: "Signore è bello stare con te", è bello ascoltarti, cercarti, ascoltare il tuo invito: è bello a tal punto che non vorremmo scendere nella valle. Come una sera d’estate con gli amici veri, come un abbraccio con la persona che ami, come un ritorno a casa dopo lunga assenza, come il pranzo di Natale, come un sorriso della persona con cui avevi litigato.
La Chiesa non ha mai avuto un bel rapporto con la bellezza, le cose belle, le persone belle: ha sempre collegato la bellezza a satana, al demonio, invece sul Tabor domina la bellezza, quella che non passa, quella che ti conquista, quella che viene da Dio, quella che è Dio.
Vogliamo essere inondati anche noi da quella bellezza, e portarla giù, in mezzo agli altri, là dove c’è meno vita, meno speranza, meno gioia, nella valle dove a volte prevale tristezza e dolore, dove si fatica a far crescere il seme della fede e della gioia di seguirti.
O Signore, bellezza infinita, portaci in disparte sul monte, portaci con te, perché solo tu allontani le tenebre del cuore ci inondi della luce di Pasqua: in qualche deserto, rendici capaci di accogliere la tua bellezza, lasciarci trasfigurare e portare, come nuove Veroniche, la tua vera immagine là dove viviamo.
I domenica di Quaresima - 22 febbraio 2026
Nel nostro deserto
'Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia!'
Iniziamo così questa Quaresima, non tanto orientati su che cosa togliere ma su che cosa aggiungere, non tanto su che cosa fare ma su cosa diventare, non tanto contando i nostri peccati ma lodando la Grazia e l’Amore di Dio infinitamente più grande delle nostre colpe, non tanto lamentandoci per la zizzania che c’è nel mio campo e nel mondo ma esaltando Dio seminatore sapiente che non fa mai mancare il suo grano, non tanto cercando chissà quali rinunce e sacrifici ma aprendo il cuore allo Spirito, non tanto aggiungendo altre parole e preghiere ma facendo spazio alla Parola, non tanto chinando il capo per ricevere le ceneri ma alzandolo per vivere da credenti nel mondo, non tanto digiunando dal cibo ma da pensieri tristi, egoistici, e senza speranza.
Siamo fatti di polvere ma di polvere di stelle.
Non a caso la Quaresima inizia con un brano di Matteo che ci conduce nel deserto, insieme a Gesù, spinto dallo Spirito: per orientarci, per insegnarci l’essenziale e per lasciar perdere le mille preoccupazioni ma aggiungere l’incontro con Lui, per fare le scelte, quelle giuste.
Le 3 tentazioni le conosciamo bene perché in fondo ci appartengono e perché affrontano i grandi inganni della vita: il pane, il dio a nostra misura, il potere.
La prima, il pane: ci illudiamo che ciò che possediamo, che acquistiamo, i beni, la vita del corpo, ci garantiscano serenità e felicità: dimentichiamo che siamo anche spirito, che le cose ma nemmeno le persone possono riempire il vuoto e il desiderio di infinito che abita in noi. 'Non di solo pane vivrà l’uomo'.
La seconda: un dio a mia immagine. Pensiamo di conoscere la strada per la felicità e tutti devono rientrare nei nostri schemi, persino Dio e gli diciamo cosa deve fare per noi. Siamo noi dio di noi stessi e Lui deve obbedire alle mie richieste. Siamo vittime di questa tentazione se la nostra preghiera non diventa vita concreta, se non diventa gesti di affetto, di perdono, di fiducia, se non cambia mai nulla, se diciamo 'Non tocca a me': ecco se la fede non diventa vita, allora siamo schiavi di questa tentazione. 'Non metterai alla prova il Signore Dio tuo'.
La terza: il potere. 'Tutte queste cose ti darò se…' Tanto o poco, il potere ci affascina, ci fa sentire importanti, amati stimati, al centro dell’attenzione. Siamo più attenti al prestigio, a far vedere che ci sono anch’io, che ho un peso, che sono capace di risolvere i problemi, anziché mettere un pizzico di umiltà, di spirito servizio, di delicatezza, anziché guardare un po’ di più il cuore, dentro, non fuori; siamo ammalati di protagonismo! Anche nei nostri ambienti, eccome! 'Il Signore Dio tuo adorerai!'.
Gesù nel deserto sceglie la strada più impervia, avrebbe potuto sbaragliarsi di satana con un bel miracolo, con un prodigio per far vedere che Lui era veramente Dio: invece no, sceglie l’Amore, sceglie il Padre, sceglie noi perché ci ama da sempre e ci insegna che solo stando dentro le tentazioni, le crisi, solo attraversandole con la forza della sua Parola e del suo amore possiamo vincere.
Allora digiuniamo, sì, ma dal cellulare, dai social, da troppe parole, dai giudizi verso gli altri.
E aggiungiamo il silenzio, e l’incontro con la Parola.
Buon cammino nel deserto insieme a Gesù.
VI settimana del T.O. - 15 febbraio 2026
Cose 'dell'altro mondo'
'Vi è stato detto, ma Io vi dico'. Sta tutta qui la novità che Cristo è venuto a donarci. Vi è stato detto di non uccidere, ma anche solo il non amare è già uccidere nel cuore l’altro, rifiutarlo, escluderlo dai tuoi pensieri, dalla tua storia, affinché non nasca comunione: e ciò apre già la strada al diavolo, il divisore!
'Non commettere adulterio' ma Io vi dico: non adulterare, non alterare i rapporti con sorelle e fratelli, non renderli tuoi schiavi, non renderli a tua disposizione e non strumentalizzarli. Non solo nel matrimonio ma tra parenti, amici, compagni di viaggio.
'Non giurare', non serve a nulla se nel tuo cuore e sulle tue labbra c’è solo verità e non falsità. Mantieni le promesse che hai fatto e allora sarai leale, sincero come Dio e la gente se ne accorgerà e ti ringrazierà e capirà che in te non c’è alcuna falsità!
Sta tutta qui la legge di Gesù che porta a compimento, sviluppa, fa germogliare il passato, non lo elimina né condanna; invece noi siamo bravi o a demonizzare il passato, criticando tutto ciò che era prima di noi, oppure a non superarlo, a ritornare al passato, a rimpiangerlo dicendo 'come era bello una volta'! Gesù come un bravo contadino osserva il seme nel campo, sa che non è ancora germogliato ma sa anche che lì c’è già tutta la pianta e la spiga di grano che diventerà. Come un buon educatore sa che quel ragazzo non è ancora un uomo, non è ancora maturo, deve fare tanta strada ma lo segue, lo ama, lo ascolta ancora di più, se ne prende cura e gli sta accanto, cerca di dargli l’esempio finché anch’egli prenderà delle responsabilità, diventerà grande, non scomparirà il bambino/la bambina che era ma nascerà l’uomo nuovo, una donna nuova capace a sua volta di far crescere e nutrire altri.
Quella affermazione di Cristo: 'Ma io vi dico', che cosa diventa in me, in te? Come si traduce, come mi risuona nel cuore? Che bambino mi lascio alle spalle e che adulto divento? Quale fede da bambino e quale fede da adulto? Quale Vangelo ho lasciato alle spalle quale ho cercato; quale vita ho lasciato e quale sto costruendo? Quali opinioni ascolto e quale MA IO VI DICO sto cercando? Quale storia sto vivendo dopo che il Signore ha dimostrato di aver fiducia in me, dopo che mi ha donato il suo perdono, dopo che ha continuato ad amarmi anche dopo il mio rifiuto?
Ecco: quella affermazione 'ma io vi dico' è per noi sorella, fratello, per noi che spesso siamo ancora legati a quella legge antica comoda, fatta di sentieri ben tracciati e prescrizioni chiare, anziché avventurarci come Gesù nel deserto sconfinato dell’amore senza misura come il suo.
'Se stai presentando la tua offerta all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te…' Non dice 'se tu hai qualcosa contro tuo fratello'. Tocca a te lasciare quello che stai facendo e vai a riconciliarti! Perché al primo posto viene quel fratello, quella sorella per la quale Lui ha dato la vita. E’ più importante della tua preghiera, del tuo sacrificio, del tuo lavoro!
Il predicatore degli esercizi spirituali ci ha detto: Dio è come una fontana che getta sempre acqua; noi dobbiamo solo mettere la nostra brocca sotto il rubinetto e riempirla. E quando hai bevuto o l’hai usata diversamente, basta attingere e avrai ancora acqua pura. Lui porta a compimento con l’acqua della sua grazia ciò che da tempo ha iniziato in noi e ci invita a pensare secondo quel 'MA IO VI DICO'. Tutti ti dicono che hai bisogno dell’acqua da bere, ma io ti dico che hai bisogno dell’acqua vera, quella dell’amore e della grazia di Dio nel tuo cuore.
O Signore Dio amante senza misura: la tua legge nuova con quel 'MA IO VI DICO' che ci porta in un altro mondo, è un invito, una promessa, uno stile nuovo che ci fa un po’ paura; meglio il nostro quieto vivere, meglio non farsi tante domande, meglio volare bassi e accontentarsi. Ma tu non ci stai al nostro basso cabotaggio, tu vuoi farci volare sopra le nubi, tu ci parli di un amore senza fine, tu ci insegni che c’è più gioia nel dare che nel ricevere. Donaci sempre di custodire nel cuore quel 'MA' come un punto di domanda, uno stimolo, come il desiderio di non accontentarci ma di cercare nuovi modi per diventare tuoi figli nel mondo.
IV settimana del T.O. - 1 febbraio 2026
In cammino
Non ce lo chiediamo mai se siamo felici, se chi vive accanto a noi è felice; Gesù lo chiede ai suoi e da una risposta inattesa, forte, apparentemente incomprensibile, ma che apre un mondo.
Certo il linguaggio è deciso, sembra assurdo, sembra che Gesù metta addosso ai suoi un peso enorme e soprattutto sembra che goda nel far soffrire la gente, altro che un Dio misericordioso!
Innanzitutto non dice felice ma beato, cioè in cammino, in piedi, pronto a partire, non ripiegato su se stesso. Beato chi è povero dentro, cioè bisognoso nello spirito, bisognoso di Dio, beato chi è nel pianto, non perché Dio sia felice quando siamo afflitti, ma perché vuol dire che c’è bisogno di una forza nuova per superare quel pianto, quel dolore, perché hai la possibilità di fondare la tua vita su qualcosa d’altro rispetto al nostro 'VA TUTTO BENE'.
Felice tu quando sei mite e affronti i violenti con mitezza, con serenità, non ti abbassi al loro livello, sai che dentro di te c’è qualcosa che ti salva sempre e fai capire che c’è un altro modo di vivere e di pensare, di reagire. Non hai preteso nulla nella vita, ora erediti il regno di Dio.
Felice tu quando al di sopra di tutto c’è la giustizia, che non è solo rispettare la legge, perché ci sono anche leggi che possono andar contro la coscienza: giustizia di Dio è considerare tutti fratelli e sorelle, rimettere al centro chi è emarginato, dare ancora speranza a chi l’ha persa, trattare tutti da figli di Dio e assecondare il vero progetto di Dio per l’uomo.
Felice tu quando sei ricco di misericordia verso tutti, in particolare verso chi non ti vuol bene: sei felice perché hai un cuore misero, un cuore da povero che non chiede nulla ma dona e si dona. Sarai capace di trasformare il male in bene, l’odio in dolcezza, la violenza e in perdono.
Felice tu se hai un cuore puro, semplice, non doppio, che non riesce a guardare gli altri con malizia e non vede il male nell’altro ma solo il bene; così ha fatto Gesù che ha perdonato fino alla fine chi lo stava per uccidere: nella debolezza sta la vera forza!
Felice quando hai la pace nel cuore e porti pace nel mondo: dove c’è una lotta, un contrasto, dove il diavolo divisore sta lavorando bene da tempo. Tu semina pace, aiuta a creare ponti di ascolto e fiducia e non fratture insanabili. Il cristiano non è colui che non fa guerra e non odia nessuno: il cristiano è colui che, quando 2 lottano e litigano, aiuta a mettere pace, porta serenità là dove c’è scontro.
Felice sei quando sei giusto, ma gli altri non lo accettano e ti parlano alle spalle e ti accusano ingiustamente: prima di te ci è passato il Cristo povero, servo, amante dell’uomo ad ogni costo .
Rallegrati allora perché sei in buona compagnia, l’hanno fatto Gesù prima di te, san Giovanni Bosco e tanti amici che erano felici di andare a cercare un amico, anche un nemico, di salvare un cuore disperso, a far festa pe r un peccatore ritornato a casa.
O Signore vero beato, veramente felice per la tua vita spesa e donata: il tuo nome da sempre è scritto nel cielo e anche il nostro è già scritto dopo che tu ci hai spalancato le porte del tuo regno. Sappiamo che la nostra ricompensa non sarà solo nel cielo ma è già qui, ora, perché siamo felici di seguirti, di riconoscerti nei fratelli e sorelle, siamo felici ogni volta che portiamo qualche croce non perché ci piace soffrire ma per venire dietro a te che l’hai accolta fino alla fine. Senza riserve. Allora vivremo non secondo la logica dei Comandamenti ma secondo le Beatitudini che ci fanno vivere già ora da risorti nel mondo.
III settimana del T.O. - 25 gennaio 2026
Periferie
Dopo essere stato in fila con i peccatori per annunciare loro la salvezza, dopo essere stato annunciato come l’Agnello che porta su di sé il peccato dell’umanità, dopo l’arresto del battista, Gesù riparte, non si ferma, va in Galilea, groviglio di popoli e etnie diverse; lascia la tranquilla Nazareth e parte, consapevole che non sarebbe stato facile, anzi che avrebbe trovato molti nemici. Tutti gli diremmo di lasciar stare, di aspettare tempi migliori, di lasciar passare la bufera, di stare in mezzo agli amici e non ai nemici, ma lui invece va a predicare e annunciare il regno: costi quel che costi.
Lui è la luce del mondo e la luce non può stare sotto il tavolo ma deve andare a illuminare il buio, le tenebre di cuori spenti, cupi, senza speranza. Per questo parte, inizia, cerca i lontani per dire loro che in realtà sono i più vicini perché liberi nel cuore, liberi di amare. E lasciarsi amare!
Dove va la Chiesa oggi, dover vanno i cristiani, dove andiamo a portare un annuncio, una salvezza, la novità, la bellezza del Vangelo, l’annuncio di tempi nuovi, la gioia di essere chiamati a far parte di questa famiglia, di questa comunità di salvati per salvare. Solo se andiamo nelle Galilee di oggi possiamo vivere questo Vangelo: qualche collega arrogante, quel parente nevrotico, quel genitore dell’amico di mio figlio, quell’anziano che abita vicino a me, quel gruppo troppo chiuso in se stesso. La Chiesa esiste per annunciare tempi nuovi, riscoprire la forza, la speranza che abita in noi e rendere partecipi coloro che non hanno ancora incontrato Gesù. Smettiamola di piangerci addosso, di rimpiangere il passato glorioso: il cristiano non si volta indietro, ma come Gesù guarda avanti, sempre, non perché siamo forti ma perché seguiamo il Maestro che cerca nuove strade per portare il regno ovunque.
Il Vescovo ausiliare di Milano Raimondi, all’incontro diocesano a conclusione del Sinodo, raccontava che un giorno era andato in carcere a parlare di speranza (come si fa a parlare di speranza a chi è in prigione ???): al termine dell’incontro chiede qualche parere e se qualcuno volesse intervenire; si alza un nord africano tatuato, con la cresta e dice: "Per me la speranza ha un nome: Gesù Cristo". Chi di noi ha il coraggio di dire così in mezzo ad amici e colleghi? Continua: "perché quando sono entrato in carcere i cristiani mi hanno aiutato: la suora, un prete, i volontari che mi hanno portato mutande, calze, magliette, qualcosa da mangiare, e tanta amicizia; ero solo come un cane e loro sono diventati la mia famiglia, i miei fratelli e sorelle e mi hanno parlato di Gesù. Ho chiesto il Battesimo e sono diventato cristiano".
Ecco cosa succede quando si diventa ‘pescatori di uomini’: è quello che accade a Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni. C'è qualcosa di più bello rispetto a essere pescatori: puoi diventare pescatore di uomini. Tocca a noi seguire ancora oggi il maestro, tocca a noi chiedergli di riempire le nostre reti, di sfidare non il mare ma la mentalità di oggi, l’egoismo, la chiusura nella propria famiglia, nei nostri 4 amici, la nostra vita solita, senza scossoni, senza slancio. Se non partiamo da lui e se non camminiamo dietro a lui, non germoglieremo mai, non fiorisce niente, passiamo una vita a pescare ma non uomini, come se uno accendesse la macchina, accelerasse in folle e non uscisse mai dal garage per timore di sporcarla e fare un incidente. Ecco, rischiamo di essere cristiani così, della prima comunione, delle preghiere della nonna, di quando facevo l’animatore al Grest, o di quando facevo il chierichetto. Un dio dei vecchi e bambini, un dio del passato, un dio da vecchia soffitta impolverata, che ti crea allergia.
San Paolo invita i Corinzi e noi a non creare divisioni, lotte, contrasti, ma a restare uniti nella Chiesa e nel mondo. Il nostro compito nel mondo è quello di incollare le persone tra loro, unire, creare incontri, amicizie, gruppi: il demonio divisore vuole separare, noi vogliamo unire.
CONVERTITEVI infine è l’invito, l’appello, la chiamata: convertiti, cambia testa, cambia mente per fiorire e diventare pescatore di uomini. Venite dietro a me. Eccoci Signore, se ancora ci vuoi, fragili e deboli, feriti e ammaccati, eccoci. Pronti a raggiungere qualche periferia che tu ami tanto. Eccoci fragili come Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni eppure ancora disposti a diventare pescatori di umanità, a far germogliare tutta l’umanità che tu hai amato e per la quale hai dato la vita.
Eccoci , fai di noi nuovi pescatori di uomini!
II settimana del T.O. - 18 gennaio 2026
Su di sè
Ancora Giovanni il Battista ci annuncia la venuta, l’incontro: l’attesa è terminata, Dio mantiene le promesse e manda il figlio, il Dio con noi, l’Agnello. "Tu vieni da me?" si era chiesto domenica scorsa Giovanni, dimostrando lo stupore per quella venuta strana, insolita, in un modo non "da Dio".
Oggi lo riconosce, l’Agnello che toglie, che porta su di sé il peccato dell’umanità! Non viene come un re, come un leone feroce, come un giudice impietoso, non con poteri magici, non viene con eserciti, proclami e terrore: viene come agnello in mezzo ai lupi; ma soprattutto viene a togliere il peso, non ad aumentarlo, viene a pagare lui il prezzo con il sangue, come l’agnello il cui sangue ha salvato i bambini ebrei nella notte di Pasqua in Egitto con Mosè.
Viene a fare Pasqua, cioè a salvare non se stesso ma noi, ha già pagato lui il prezzo, noi dobbiamo solo ricevere, accogliere il dono e ringraziare se vogliamo e, ancora se desideriamo, fare come ha fatto lui, seguirlo, annunciarlo a nostra volta, diventare suoi discepoli.
Ma allora ci chiediamo: che cosa devo fare? Non devo più andare a Messa, pregare, fare del bene, leggere il Vangelo? Tanto ha già pagato lui tutto, io non devo meritarmi niente? Posso anche peccare, tanto paga tutto lui? Ci hanno sempre insegnato che devi fare il bravo, non devi commettere peccati, così ti meriti il suo perdono! E il Paradiso. Ma in questo modo non è lui che toglie il peccato, in questo modo siamo protagonisti noi e non la sua Parola, il suo sangue, il suo sacrificio. Giovanni ci dice semplicemente: "Lascia fare a lui, affidati a lui, devi solo spalancare le braccia e il cuore; non pensare di cavartela da solo, di riuscire a salvarti grazie al tuo pentimento". Certo serve un cuore che chiede perdono, ma la tua conversione arriva solo dopo che lui ha portato su di sé il tuo peccato, il tuo egoismo, dopo che lui muore ancora in croce per te, dopo che lui versa il suo sangue, dopo che lui si fa uomo, abbraccia la tua vita, accoglie anche i tuoi no, i tuoi rifiuti; ma non ti accusa, anzi porta su di sé il peso del tuo peccato e dice al Padre: "Padre, lascia ancora che ci provi, che dissodi il terreno, che lo concimi bene, che lo irrighi e vedrai che i frutti arriveranno!" E’ un Dio che sa di giocare in perdita con noi ma non rinuncia perché è fedele alla sua promessa. Questo è l’annuncio di Giovanni: "Ecco l’agnello: solo lui ti salva! Se vuoi vieni e seguilo. Lui era prima di me e di te, era insieme al Padre e con il Padre e lo Spirito hanno deciso di far entrare noi nella loro famiglia, noi che non abbiamo alcun merito.
Ma anche dopo che lui ci dona il suo sangue e paga per noi il prezzo del riscatto, noi rischiamo di continuare sulla nostra strada, di non curarcene, rischiamo di non ringraziare e di non seguirlo: non abbiamo imparato la lezione, non abbiamo capito niente e crediamo di non aver bisogno di lui ma bastiamo a noi stessi.
Il nostro mondo crede di non aver bisogno di Dio, almeno del Dio predicato da Giovanni: ci bastano i nostri propositi, ci basta dire che "non faccio del male a nessuno". Ma per dire questo, non era necessario che Gesù diventasse uomo e ci donasse la sua vita.
Giovanni dice che non lo conosceva: forse anche noi non lo conosciamo ancora. Conoscere vuol dire capire cosa ha fatto per noi e agire anche noi così: conoscere è una cosa del cuore, diceva s. Giovanni Bosco, non della testa e basta.
O Dio Agnello, ti desideriamo, vogliamo conoscerti e seguirti: non abbiamo ancora capito che paghi tu il nostro conto, porti tu il peso e non chiedi nulla in cambio. A noi piace di più essere lupi che non agnelli: fa’ che ti contempliamo in fila con i peccatori per annunciare la salvezza e per portare su di sé i mali dell’umanità. Conviene a noi seguirti e diventare tuoi amici e annunciare con la vita che tu sei il Dio per noi.
Battesimo del Signore - 11 gennaio 2026
Tu vieni da me?
Forse facciamo un po’ fatica a uscire dal Natale, a lasciare quelle parole, quella luce che ci ha invaso, i canti, i presepi nelle nostre case, quel desiderio di ritrovarci in famiglia, tra amici, per condividere un incontro, e chiederci come stai? Quanto Natale ti rimane dentro, quanta luce conservi e diffondi: purché non siano i soliti auguri scontati e vuoti; meglio 2 parole ma sincere e piene di affetto. Magari per dirci che questo Dio bambino è la vera forza che ci da ancora speranza!
Ancora Giovanni Battista ci parla oggi, come all’inizio dell’Avvento: "Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?" Stupendo! Non l’aveva ancora capito Giovanni che questo Messia era diverso, nuovo perché stravolge le cose e il modo di pensare a Dio: annunciato da un angelo, nato da una ragazza sconosciuta, adorato dai pastori, riconosciuto dai maghi d’oriente, e ora in fila con i peccatori, in mezzo a loro ma per portare loro una bella notizia: Dio è con noi!
"Io ho bisogno di essere battezzato da te" dice Giovanni; lui sente il bisogno di essere immerso nella vita di Cristo, nella vita nuova, vuole rinascere dall’alto come Nicodemo, vuole essere salvato dalle acque come Mosè, vuole rinascere a vita nuova come la donna affetta da emorragia che viene risanata. Quanto bisogno senti sorella, fratello di essere risanato e battezzato ancora oggi dopo tanti anni? Quanto desiderio hai di lui, della sua Parola, quanto lo cerchi? Quanto ti sei messo in ginocchio davanti al presepe in silenzio? Quanto hai ascoltato l’annuncio dell’angelo? Quanto hai proclamato il Magnificat, l’inno di lode di Maria, quanto hai ripetuto le parole dell’angelo: "Ave o Maria, ti saluto, piena di grazia…"
Mi piace lo stupore di Giovanni, è molto evangelico e natalizio: "Tu vieni da me?" Gli chiede. Tu creatore dell’universo, vieni in un deserto desolato? Tu vero re, ti abbassi a nascere in una mangiatoia? Tu che accoglierai ogni disperato, sei profugo in Egitto? Tu vieni a farti battezzare, mentre io ho bisogno di te? Tu che guarisci i moribondi ti lasci morire su una croce? "Tu vieni da me?" si chiede Maria che diventa serva di suo figlio. "Tu vieni da me?" si chiede Giuseppe che sogna i sogni di Dio che gli chiede di accogliere Maria come sposa, perché ciò che accade in lei è frutto dello Spirito santo. "Tu vieni da me?" si chiede Adamo quando, dopo il suo rifiuto, Dio va a cercarlo non per punirlo ma per salvarlo.
"Tu vieni da me?" ci siamo chiesti nel Natale, stupiti ancora per La venuta di questo Dio nuovo, che inverte cielo e terra: Lui lascia il suo cielo per diventare uomo tra noi, con noi, per noi. "Tu vieni da me?" si chiede il ladrone in croce quando Gesù gli promette il paradiso, e scopre che questo Dio non si da pace finché una sola pecorella si è persa, finché un solo figlio non è tornato a casa.
Ecco che cosa produce il Natale di Cristo per noi: ci dona un Dio che cambia i piani e si immerge nella nostra storia e dall’interno, produce semi, germogli di pace , di speranza, di amore.
Forse non ci crediamo ancora, come Giovanni, che davvero è iniziato per noi un tempo nuovo: non più schiavi di un destino ostile,ma liberi di cercarlo, di rispondere a questo Dio, ma anche liberi di rifiutarlo e di voltargli le spalle come nuovi Erode che lo considerano un rivale, o un nemico.
Il cielo si spalanca e la colomba annuncia una pace nuova, una speranza nuova e ci invita a diventare pellegrini di speranza dopo il Giubileo: che ne facciamo dell’annuncio di questo Giubileo? Quanta speranza ci rimane? Come la alimento in me? Da dove nasce?
E’ lui il figlio amato nato per noi, affinché anche noi possiamo sentirci amati da Dio, oggi e sempre.
"Dio non fa preferenze di persone ma accoglie chi lo teme" dice la seconda lettura: non fa preferenze di popolo, di lingua, di classe sociale. Lui chiede solo un cuore che lo cerca, un cuore che si ritiene peccatore e va in fila con i peccatori nel deserto per iniziare una vita nuova con Giovanni; sei pronto a partire, ti senti così? Allora sarai anche tu quel figlio amato in cui Dio pone il suo compiacimento, quel figlio che piace a Dio, quel figlio per cui Dio nascerebbe ancora e andrebbe ancora in croce, oggi!
O Dio nato a Betlemme, sai a noi non piace tanto stare in fila con i senza tetto, con i migranti, in fila alla mensa Caritas o in una comunità di recupero o a cercare cibo in una discarica; eppure se tu nascessi oggi, andresti in questi posti, ancora in fila con i rifiutati della storia. Insegnaci a cercarti nei posti più insoliti, a stupirci per ogni volta che tu ti manifesti altrove: ci vuoi insegnare che tu sei presente ovunque dove c’è un cuore che ti cerca e ti desidera.